
El Koudri, l’aggressore di Modena, fa parte di quel 40% di pazienti che a un certo punto scompaiono dai radar dei centri di salute mentale.
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23/05/2026Salute mentale, il caso di Modena e l’interruzione dei percorsi di cura

Articolo Sky TG24 a cura di GIULIA MENGOLINI
L’articolo di Sky TG24 affronta il tema della continuità delle cure nei servizi di salute mentale a partire dal caso di Modena, dove un uomo seguito in passato dai servizi psichiatrici aveva interrotto il percorso terapeutico prima dell’episodio di violenza.
Il punto centrale dell’analisi è il fenomeno del disengagement, cioè il progressivo allontanamento del paziente dai percorsi di cura. Secondo Guido Di Sciascio, presidente della Società Italiana di Psichiatria e direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL di Bari, si tratta di una problematica molto frequente, soprattutto tra i giovani adulti e nelle fasi iniziali delle malattie psichiatriche.
Di Sciascio spiega che oltre l’82% dei pazienti assistiti dai servizi specialistici interrompe la frequenza senza un accordo con i medici. Solo una minima parte dei percorsi terapeutici termina infatti con una conclusione condivisa e programmata.
Lo psichiatra chiarisce che il disengagement non è un gesto improvviso, ma un processo graduale: il paziente riduce l’adesione alle cure, interrompe gli accessi ai servizi e perde progressivamente la continuità terapeutica. Ed è proprio nelle fasi iniziali della malattia che questa continuità rappresenterebbe invece uno dei principali fattori protettivi.
Tra le cause più frequenti ci sono la scarsa consapevolezza della malattia, la sfiducia nelle cure, le difficoltà economiche e sociali, ma soprattutto lo stigma. Secondo Di Sciascio, molte persone temono ancora di essere etichettate come “malati di mente” e per questo tendono a nascondere il proprio disagio anche ai familiari.
L’articolo sottolinea anche le difficoltà strutturali dei servizi di salute mentale italiani. Di Sciascio evidenzia come i Dipartimenti siano oggi estremamente sovraccarichi e spesso privi delle risorse necessarie per mantenere interventi territoriali, domiciliari e proattivi.
Secondo il presidente SIP, il nodo centrale è la carenza di personale: oggi circa 900mila persone sono prese in carico dai servizi di salute mentale, ma gli operatori disponibili – tra psichiatri, psicologi, infermieri e altre figure professionali – sono insufficienti rispetto alla crescente domanda di assistenza, aumentata ulteriormente dopo la pandemia.
Questo squilibrio porta i servizi a concentrare gran parte delle energie sulle emergenze acute, mentre molte situazioni non urgenti rischiano di sfuggire nel tempo. Le difficoltà diventano ancora più marcate nelle aree periferiche e nei territori meno serviti, dove mantenere un monitoraggio continuo dei pazienti è ancora più complesso.
Un altro passaggio importante dell’intervista riguarda il disturbo schizoide di personalità. Di Sciascio precisa che non si tratta di una condizione che normalmente evolve verso situazioni di pericolosità sociale. Le persone con questo disturbo tendono piuttosto all’isolamento, al distacco emotivo e alla riduzione delle relazioni interpersonali.
Per questo motivo, lo psichiatra invita a evitare automatismi tra disturbo mentale e violenza. “Malattia mentale non significa violenza”, sottolinea. I dati mostrano infatti che la percentuale di comportamenti violenti nelle persone con disturbi psichiatrici è sostanzialmente sovrapponibile a quella della popolazione generale.
Secondo Di Sciascio, associare automaticamente sofferenza psichica e pericolosità alimenta stigma e paura sociale, rischiando di allontanare ancora di più le persone dai percorsi di cura. Il messaggio finale dell’articolo è quindi un richiamo a rafforzare i servizi territoriali, aumentare il personale e costruire continuità terapeutica e relazionale, soprattutto per i pazienti più giovani e fragili.
