
Cervello affaticato da smartphone e social: la scienza invita a “rigenerare” l’attenzione
01/07/2026Non siamo fatti per vivere da soli – editoriale Corriere della Sera

L’articolo affronta il tema del rapporto tra salute mentale, relazioni sociali e intelligenza artificiale, evidenziando come la tecnologia possa rappresentare sia una risorsa sia un potenziale rischio, a seconda del contesto in cui viene utilizzata.
Antonio Vita, Presidente della Società Italiana di Psichiatria e docente di Psichiatria all’Università di Brescia, ricorda innanzitutto che la socialità è una caratteristica fondamentale dell’essere umano. Le relazioni con gli altri non sono soltanto un bisogno emotivo, ma costituiscono uno dei principali determinanti della salute mentale. Attraverso l’interazione sociale vengono infatti stimolati neurotrasmettitori che favoriscono il benessere psicologico, riducono l’ansia, regolano il tono dell’umore, aumentano la motivazione e sostengono i processi di apprendimento che permettono al cervello di adattarsi e mantenersi attivo durante tutta la vita.
La perdita o la riduzione delle relazioni sociali rappresenta, al contrario, un elemento di vulnerabilità ed è una caratteristica frequente di numerosi disturbi psichiatrici. Il problema assume particolare rilevanza nella popolazione anziana, dove la cosiddetta “fragilità sociale” – caratterizzata da isolamento, pochi contatti significativi e solitudine – è associata a un aumento del rischio di deterioramento cognitivo e demenza.
In questo specifico contesto, l’intelligenza artificiale potrebbe offrire un supporto concreto. L’articolo cita il progetto “Viv and Friends”, sviluppato dal gruppo di ricerca guidato dallo psicologo clinico Suraj Samtani dell’Università del Nuovo Galles del Sud (Australia). Il sistema utilizza sei personaggi virtuali, simili a cartoni animati, con cui gli anziani possono interagire attraverso un tablet. Questi assistenti digitali sono progettati per conversare, aiutare nella gestione dell’ansia, fornire stimoli cognitivi e ricordare piccoli impegni quotidiani. Le prime osservazioni suggeriscono che tali strumenti possano ridurre il senso di solitudine nelle persone ricoverate prive di visite familiari o negli anziani che vivono soli e presentano i primi segni di decadimento cognitivo.
L’articolo sottolinea però una distinzione fondamentale. Se per persone con grave isolamento sociale o deficit cognitivi gli “amici virtuali” possono rappresentare un supporto complementare, diverso è il caso di individui che hanno la possibilità di mantenere relazioni umane autentiche. In queste situazioni, sostituire progressivamente il rapporto con le persone con quello con un’intelligenza artificiale rischia di impoverire la qualità delle relazioni sociali.
Antonio Vita richiama infine l’attenzione su un fenomeno sempre più diffuso: molte persone, giovani ma anche adulte, iniziano a considerare strumenti come ChatGPT non solo come tecnologie utili, ma come amici, confidenti o consiglieri personali. Secondo il Presidente della SIP, è importante ricordare che si tratta di interlocutori digitali, privi della complessità emotiva e relazionale dell’essere umano. Un utilizzo improprio potrebbe influenzare comportamenti e decisioni e, soprattutto, contribuire a una progressiva perdita di quella dimensione relazionale che costituisce uno degli elementi essenziali della nostra umanità.
Il messaggio conclusivo dell’articolo è quindi equilibrato: l’intelligenza artificiale può rappresentare una preziosa risorsa quando viene impiegata come strumento di supporto in situazioni di fragilità, come l’isolamento sociale o il declino cognitivo. Tuttavia, non può sostituire il valore delle relazioni umane, che restano insostituibili per il benessere psicologico, lo sviluppo cognitivo e la salute mentale lungo tutto l’arco della vita.
