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19/05/2026
Salute mentale e continuità delle cure | il nodo delle interruzioni terapeutiche (Reportage Agorà)
20/05/2026Modena, presidente psichiatri: “Bisogni complessi e risorse insufficienti”
Articolo LaPresse di Lorenzo Sorrentino

Riassunto Articolo
L’articolo affronta il tema della salute mentale territoriale a partire dal caso di Modena, dove un uomo seguito in passato da un Centro di salute mentale aveva interrotto il proprio percorso terapeutico anni prima dell’episodio di cronaca.
Secondo Guido Di Sciascio, presidente della Società Italiana di Psichiatria e direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’Asl di Bari, si tratta di una situazione che richiama l’attenzione su un fenomeno molto noto ai servizi: il cosiddetto disengagement, cioè l’allontanamento progressivo del paziente dal percorso di cura.
Lo psichiatra spiega che questo processo si manifesta con la riduzione degli accessi ai servizi, la perdita della continuità terapeutica e l’interruzione dei trattamenti senza una chiusura condivisa con i curanti. Non è un evento raro: oltre l’80% delle interruzioni terapeutiche avviene infatti senza un accordo con i servizi.
Di Sciascio sottolinea come i Centri di salute mentale si trovino oggi a gestire bisogni sempre più complessi con risorse spesso insufficienti. Per questo, secondo la SIP, il modello territoriale non può limitarsi a un’attività ambulatoriale “in attesa” del paziente, ma deve basarsi su prossimità, continuità e integrazione.
Per il presidente SIP servono équipe multiprofessionali, interventi domiciliari e una rete coordinata tra servizi sanitari, medici di medicina generale, famiglie, servizi sociali, scuola, lavoro e comunità. Rafforzare la salute mentale territoriale significa quindi non solo aumentare il numero degli operatori, ma anche migliorare la capacità di creare relazione terapeutica, continuità di cura e coinvolgimento delle persone più fragili.
L’articolo affronta anche il tema del disturbo schizoide di personalità, descritto come una condizione caratterizzata da isolamento sociale, difficoltà relazionali, ridotta espressione emotiva e apparente distacco affettivo. Tuttavia, Di Sciascio mette in guardia da ogni automatismo tra diagnosi psichiatrica e comportamenti violenti.
“La grande maggioranza delle persone con disturbi psichici non è violenta”, ribadisce il presidente SIP, sottolineando che associare automaticamente malattia mentale e pericolosità alimenta stigma e allontana le persone dalle cure.
Secondo lo psichiatra, quando si verificano episodi estremi è necessario distinguere attentamente il piano clinico, quello sociale e quello giudiziario, evitando letture semplificate. I comportamenti violenti, infatti, possono derivare da una combinazione di fattori diversi: isolamento, marginalità, difficoltà economiche e lavorative, assenza di relazioni, uso di sostanze, rabbia non elaborata o vissuti persecutori.
Di Sciascio richiama inoltre il rischio di reinterpretare retrospettivamente ogni caratteristica personale come un “segnale premonitore”, trasformando tratti caratteriali o condizioni di sofferenza in elementi di sospetto sociale. La psichiatria, sottolinea, deve mantenere rigore scientifico e capacità di distinguere, senza alimentare paure o stigmatizzazioni.
La conclusione dell’intervento SIP è netta: la risposta non può essere un maggiore controllo sociale, ma un rafforzamento delle cure, della prevenzione e dell’integrazione territoriale. Per Di Sciascio, la sicurezza della comunità passa anche dalla capacità concreta di non lasciare sole le persone più fragili.
