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16/09/2026Attacchi di panico, Vita: «Lo yoga può essere un valido intervento complementare»

Psicoterapia cognitivo-comportamentale e, quando indicato, trattamento farmacologico restano gli interventi principali. Ma respirazione controllata, attività fisica e consapevolezza corporea possono contribuire alla gestione dell’ansia. Antonio Vita, Presidente della Società Italiana di Psichiatria, ne parla su BenEssere. Articolo di Nicoletta L. Bagliano.
Lo yoga può aiutare chi soffre di ansia e attacchi di panico? A riportare l’attenzione sul tema è stata recentemente Belén Rodríguez, che sui social ha raccontato di aver attraversato un periodo particolarmente difficile e di aver trovato nella pratica dello yoga, e in particolare nelle tecniche di respirazione, uno strumento utile per ritrovare calma e serenità.
La sua esperienza è lo spunto di un approfondimento pubblicato da BenEssere, nel quale Antonio Vita, Presidente della Società Italiana di Psichiatria e professore ordinario di Psichiatria all’Università degli Studi di Brescia, chiarisce innanzitutto un aspetto fondamentale: nel disturbo di panico lo yoga può avere un ruolo complementare, ma non sostituisce i trattamenti di riferimento.
«Il trattamento principale dei disturbi di panico è la psicoterapia cognitivo-comportamentale oppure si ricorre ai farmaci serotoninergici», spiega Vita. Accanto a questi interventi, tuttavia, «esistono anche terapie e interventi complementari che hanno una loro logica sia dal punto di vista neurobiologico sia da quello psicologico e comportamentale. Una di queste è proprio lo yoga».
Dall’attacco di panico al disturbo di panico
L’articolo permette innanzitutto di distinguere l’attacco di panico occasionale dal vero e proprio disturbo di panico.
L’attacco si presenta come una crisi acuta di ansia, caratterizzata da una preoccupazione improvvisa e molto intensa, spesso priva di un evidente fattore scatenante. La persona può sperimentare la sensazione di perdere il controllo, impazzire o morire.
Alla componente psicologica si associano manifestazioni fisiche determinate dall’attivazione del sistema neurovegetativo: tachicardia, sudorazione, oppressione toracica, difficoltà respiratorie e disturbi gastrointestinali. La crisi ha generalmente un’insorgenza molto rapida e altrettanto rapidamente può esaurirsi.
Diverso è il disturbo di panico, che secondo Vita interessa circa il 4-5% della popolazione. In questo caso gli attacchi tendono a ripetersi e compare quella che viene definita “ansia anticipatoria”: la paura persistente che una nuova crisi possa verificarsi.
Questa preoccupazione può arrivare a condizionare significativamente la vita quotidiana. Per timore di un nuovo attacco, la persona può infatti iniziare a evitare luoghi, situazioni o attività che associa alle crisi precedenti, restringendo progressivamente i propri spazi di vita.
Il ruolo della respirazione
Uno dei possibili benefici dello yoga riguarda proprio il controllo del respiro.
Durante un attacco di panico può verificarsi iperventilazione, che rischia di amplificare ulteriormente le sensazioni fisiche e, di conseguenza, la paura provata dalla persona. Si crea così un circolo nel quale sintomi corporei e stato psicologico si alimentano reciprocamente.
«La respirazione è un elemento cruciale nel panico», sottolinea Vita. Attraverso tecniche di respirazione controllata è possibile contribuire a ridurre l’intensità della risposta fisica. Tra queste Vita cita la respirazione addominale, nella quale viene privilegiata l’espirazione rispetto all’inspirazione.
Lo yoga, attraverso l’apprendimento di queste strategie, può aiutare quindi a sviluppare una maggiore capacità di controllo non soltanto del respiro, ma più in generale delle reazioni corporee che accompagnano l’ansia.
Osservare i sintomi senza esserne sopraffatti
C’è poi una seconda dimensione, più propriamente psicologica.
La componente meditativa dello yoga può favorire un atteggiamento di maggiore consapevolezza nei confronti di ciò che si sta sperimentando.
«È un modo efficace per osservare i sintomi senza esserne completamente sopraffatti, acquisendo la consapevolezza che possono essere superati», spiega Vita.
L’articolo richiama anche una revisione sistematica pubblicata su Frontiers in Psychiatry, secondo la quale lo yoga, oltre alla riduzione di ansia e stress, può favorire una maggiore consapevolezza corporea.
Gli effetti sul sistema nervoso e sullo stress
Secondo Vita, i possibili effetti dello yoga hanno anche una componente neurobiologica.
La pratica favorisce l’attività del sistema nervoso parasimpatico, che controbilancia quella del sistema simpatico coinvolto nella risposta di allarme e negli attacchi di panico. Gli effetti possono manifestarsi attraverso un rallentamento della frequenza cardiaca e respiratoria, una riduzione della pressione arteriosa e, nel lungo periodo, dei livelli di cortisolo.
L’articolo richiama inoltre studi che indicano un possibile aumento dell’attività del GABA (acido gamma-amminobutirrico), neurotrasmettitore coinvolto nei meccanismi di regolazione dell’ansia.
Un supporto, non un’alternativa alla cura
Il messaggio centrale è quindi quello di integrare correttamente questi strumenti all’interno dei percorsi di cura.
Lo yoga rimane anche una forma di attività fisica e, come tale, può avere effetti positivi più generali sulla regolazione dell’umore e dell’ansia, sulla qualità della vita e sulla percezione di benessere.
«Lo yoga è pur sempre un’attività fisica, per quanto controllata», conclude Vita, «e come tale ha un effetto benefico complessivo sulla regolazione dell’umore e dell’ansia, migliorando la qualità della vita e la sensazione di benessere generale».
Respirazione, movimento e consapevolezza possono dunque rappresentare strumenti utili nella gestione dell’ansia, purché inseriti nel loro corretto contesto: come complemento, e non come sostituzione, dei trattamenti psicoterapeutici e farmacologici quando questi sono necessari.
