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31/08/2026Violenza giovanile, Vita: «Un fenomeno complesso, la malattia psichiatrica ha un ruolo marginale»

Il Presidente della Società Italiana di Psichiatria a TGCom24: il gruppo può offrire identità, riconoscimento e appartenenza, ma anche ridurre la percezione della responsabilità individuale. Famiglia e scuola fondamentali per intercettare precocemente i segnali di disagio. Attenzione anche al ruolo delle sostanze e alle dinamiche amplificate dai social.
Aggressioni, bullismo, reati commessi in gruppo e comportamenti violenti che coinvolgono ragazzi anche molto giovani tornano periodicamente al centro della cronaca. Ma parlare genericamente di “baby gang” rischia di mettere sotto un’unica etichetta fenomeni molto differenti e di non aiutare a comprenderne le cause.
A sottolinearlo è Antonio Vita, Presidente della Società Italiana di Psichiatria e professore ordinario di Psichiatria all’Università di Brescia, intervenuto a TGCom24 per analizzare le dinamiche psicologiche e sociali alla base della violenza giovanile.
Il fenomeno merita attenzione, spiega Vita, soprattutto alla luce di alcuni episodi recenti caratterizzati da particolare violenza. Allo stesso tempo, è necessario evitare letture semplicistiche o allarmistiche.
“Baby gang”, realtà molto diverse dietro un’unica definizione
«Il termine baby gang non ha una sua base scientifica o giuridica specifica e quindi va usato con cautela», sottolinea Vita.
Dietro questa espressione possono infatti nascondersi situazioni profondamente differenti: gruppi informali di giovani coinvolti occasionalmente in piccoli reati; gruppi nei quali la violenza assume una funzione identitaria e territoriale; fino a organizzazioni criminali vere e proprie, nelle quali i minorenni possono essere coinvolti o utilizzati anche da adulti.
Comprendere queste differenze è essenziale anche per individuare interventi di prevenzione adeguati.
Il gruppo può diventare un’identità alternativa
Uno degli aspetti centrali riguarda il ruolo del gruppo durante l’adolescenza.
Il gruppo dei pari rappresenta fisiologicamente uno spazio fondamentale per la costruzione dell’identità. In condizioni di fragilità, tuttavia, può diventare un riferimento alternativo particolarmente potente.
«Il gruppo dà un ruolo, un riconoscimento, un senso di inclusione, perfino di protezione», spiega Vita. Questo può accadere soprattutto quando nella vita del ragazzo sono presenti «frustrazioni, mancanza di riconoscimento, mancanza di ascolto» o difficoltà nella costruzione di un’identità soddisfacente.
All’interno del gruppo può inoltre verificarsi quella che in psicologia viene definita deindividuazione: la responsabilità personale tende ad attenuarsi perché il comportamento viene percepito come collettivo.
Il pensiero del singolo può diventare “lo fanno tutti” o “lo fanno gli altri”. A questo possono aggiungersi fenomeni di contagio emotivo e polarizzazione, fino all’adozione di comportamenti estremi che lo stesso adolescente, individualmente, probabilmente non avrebbe messo in atto.
Violenza giovanile e disturbi psichiatrici: attenzione a non creare un’associazione automatica
Un passaggio particolarmente importante dell’intervento del Presidente SIP riguarda il rapporto tra comportamenti violenti e malattia mentale.
«Il rapporto con i disturbi psichiatrici è davvero molto marginale», precisa Vita. Sono rare, infatti, le situazioni nelle quali questi fenomeni possono essere ricondotti direttamente a disturbi di interesse psichiatrico.
La violenza giovanile deve piuttosto essere interpretata attraverso l’interazione di numerosi fattori.
A livello individuale possono entrare in gioco difficoltà nella regolazione delle emozioni, impulsività e bassa tolleranza alla frustrazione. A questi si aggiungono fattori familiari, educativi e sociali.
Particolare attenzione deve invece essere riservata all’uso di sostanze, che può avere un effetto disinibente e rappresentare, secondo Vita, «un fattore se non causale, certamente precipitante di molti comportamenti violenti».
Famiglia e scuola possono essere fattori di protezione
La famiglia ha un ruolo centrale. Un ambiente nel quale il ragazzo si sente ascoltato, accompagnato e seguito nel proprio percorso educativo può rappresentare un importante fattore protettivo.
Al contrario, scarsa supervisione educativa, instabilità, elevata conflittualità o esposizione alla violenza domestica possono aumentare le condizioni di vulnerabilità.
Un ruolo altrettanto importante appartiene alla scuola.
La scuola può essere uno spazio di inclusione, crescita e costruzione dell’identità, ma può diventare anche un luogo nel quale il giovane sperimenta esclusione e fallimento. In questo senso, ricorda Vita, anche la dispersione scolastica deve essere considerata non soltanto come un problema educativo, ma come un indicatore sociale e psicosociale.
Disuguaglianze, povertà educativa, marginalità abitativa ed esposizione precoce alla violenza completano un quadro nel quale non esiste quindi una singola causa, ma una molteplicità di elementi che possono interagire fra loro.
Social network: la violenza può trasformarsi in una “performance”
Anche le tecnologie digitali entrano in queste dinamiche.
«Non possiamo dire che siano la causa», chiarisce Vita. I social possono però amplificare la visibilità di determinati comportamenti e favorirne l’emulazione.
Un’aggressione può essere ripresa, pubblicata e immediatamente trasformata in un contenuto da condividere. Il comportamento violento rischia così di assumere le caratteristiche di una vera e propria “performance pubblica”, sottoposta allo sguardo e all’approvazione del gruppo.
Secondo Vita, questa continua sovrapposizione fra esperienza reale e rappresentazione digitale può contribuire anche a rendere meno chiara la percezione della gravità di ciò che è stato commesso.
Riconoscere ciò che un comportamento sta cercando di comunicare
Come possono famiglia e scuola individuare precocemente una situazione di rischio?
Tra i segnali ai quali prestare attenzione Vita indica il mancato rispetto non soltanto delle regole, ma anche dei diritti degli altri, una ridotta tolleranza alla frustrazione e reazioni comportamentali sproporzionate.
Ma fermarsi al comportamento non basta.
Dietro alcune condotte può esserci anche il tentativo del ragazzo di sentirsi visto, riconosciuto o ascoltato. Diventa quindi importante comprendere eventuali difficoltà nella costruzione dell’identità, esperienze di esclusione o assenza di un ruolo soddisfacente nei propri contesti di vita.
Particolare attenzione va riservata anche alla storia personale. Alcuni giovani possono aver vissuto esperienze traumatiche, il cui ruolo è sempre più riconosciuto nello sviluppo di difficoltà psicologiche e comportamentali. Bullismo ed esclusione scolastica possono inoltre rappresentare nuove esperienze traumatiche e contribuire ad aumentare ulteriormente la vulnerabilità.
Prevenire significa intervenire sui contesti di vita
La violenza giovanile non può dunque essere spiegata attraverso una singola causa, né può essere automaticamente interpretata come espressione di una patologia psichiatrica.
Il quadro delineato da Antonio Vita invita piuttosto a guardare alla persona e ai suoi contesti di vita: famiglia, scuola, gruppo dei pari, condizioni sociali, esperienze traumatiche, rapporto con le sostanze e ambiente digitale.
La prevenzione passa dalla capacità degli adulti e delle istituzioni di riconoscere precocemente situazioni di esclusione, disagio e fragilità, offrendo ai giovani occasioni di ascolto, appartenenza e riconoscimento che non debbano essere cercate attraverso comportamenti violenti.
Comprendere ciò che precede la violenza significa avere maggiori possibilità di prevenirla.
