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Disturbi dell’attenzione e del sonno, ma anche obesità, stanchezza e apatia. Sono il risultato della dipendenza da social, app e smartphone di bambini e adolescenti. A rilanciare l’allarme sono gli esperti, alla luce delle nuove ricerche.
L’ultima è stata pubblicata sulla rivista Pediatrics, firmata da Ran Barzilay, psichiatra al Children’s Hospital di Philadelphia. Sono stati analizzati oltre 10.500 bambini. Emerge che i rischi aumentano se il cellulare arriva prima dei 13 anni di età.
I pericoli
La ricerca «conferma in modo sempre più robusto ciò che la psichiatria dello sviluppo e le neuroscienze osservano da anni: l’esposizione precoce e non mediata agli smartphone, soprattutto ai social media, non è neutra per il cervello in crescita. La novità è la possibilità di misurarlo con precisione, grazie a studi longitudinali, neuroimaging e grandi metanalisi. Riviste di impatto mondiale, come World Psychiatry, hanno recentemente documentato come l’uso eccessivo dei social sia associato a riduzioni della materia grigia in aree cerebrali implicate nel controllo degli impulsi e nel decision making, come la corteccia orbitofrontale. Inoltre, metanalisi internazionali su decine di migliaia di soggetti stimano una prevalenza di dipendenza da social media intorno al 5%, con fattori di rischio legati a impulsività, disturbi del sonno, ADHD e tratti di personalità», osserva Guido Di Sciascio, presidente della Società Italiana di Psichiatria nonché direttore del Dipartimento di Salute Mentale della ASL di Bari.
I 13 anni rappresentano una soglia cruciale. Lo smartphone prima di questa età influisce negativamente sulla crescita. «Perché prima dei 13 anni il cervello è in una fase di straordinaria plasticità e vulnerabilità. La corteccia prefrontale, che regola impulsi, pianificazione e controllo emotivo, non è ancora matura. Anticipare anche di un solo anno l’accesso a smartphone e social media può influenzare negativamente la traiettoria di salute mentale nella giovane età adulta», continua Di Sciascio.
Il problema
E non si tratta di un problema morale o educativo, ma di una questione di salute mentale e neuro-sviluppo. «Le evidenze scientifiche – riprende – mostrano associazioni con riduzione dell’attenzione, peggioramento della memoria e delle prestazioni cognitive, disturbi del sonno, disregolazione emotiva, aumento del rischio di ansia, depressione e ideazione suicidaria, oltre a una maggiore vulnerabilità alle dipendenze comportamentali. La letteratura internazionale segnala anche rischi specifici legati agli “online harms”, come cyberbullismo, sextortion, esposizione a contenuti pro-disturbi alimentari e a contenuti suicidari, come evidenziato anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità».
Il ruolo di educatori, genitori e insegnanti è centrale e non delegabile. Le evidenze mostrano che l’esempio degli adulti è spesso più efficace dei divieti. Servono regole chiare e coerenti, spazi e tempi senza schermi, perché l’educazione digitale è parte integrante della prevenzione in salute mentale.
I genitori possono individuare alcuni campanelli d’allarme osservando il proprio figlio. «Tra i segnali di un eccessivo uso di dispositivi ci sono la disregolazione emotiva, il peggioramento del funzionamento scolastico e i disturbi del sonno», spiega Claudio D’Agostini, direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’AST di Macerata e membro della Commissione etica della Società Italiana di Psichiatria. «Oggi molti ragazzini sono in deprivazione di sonno perché dovrebbero seguire dei ritmi biologici che invece non rispettano. Chi fa tardi la sera con lo smartphone davanti agli occhi, stimolato da app, giochi e social, non dorme le ore sufficienti. Ed ecco che poi a scuola rende meno».
Articolo di Agnese Testadiferro per il Corriere Adriatico.
