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05/11/2025‘Flashbulb’ memory: i ricordi indelebili del trauma in Israele e a Gaza
La Stampa e La Repubblica. Articolo di Irma D’Aria
Hanno vissuto l’attacco, hanno visto morire amici, colleghi, persone care. Hanno temuto ogni giorno per la propria vita. Per due anni sono rimasti in prigionia, rinchiusi in bunker sotterranei, senza luce, senza cibo sufficiente, con la paura costante di morire. Per i venti ostaggi israeliani rilasciati da Hamas, tornare in libertà non significa automaticamente tornare alla vita. Ma mentre queste persone vengono accolte e sostenute, a Gaza, migliaia di civili hanno perso tutto: case, famiglie, accesso al cibo, all’acqua, alle cure. Molti bambini cresceranno senza genitori, gli adulti sopravvivono sotto le macerie siche e psicologiche. Il trauma non ha nazionalità. Colpisce chi è stato prigioniero e chi è rimasto sotto assedio. Colpisce chi ha perso la libertà e chi ha perso tutto il resto. Gli ostaggi israeliani e i palestinesi senza più una casa, riusciranno mai a superare il trauma?
Dopo la liberazione: il trauma che non si vede
Quando gli ostaggi israeliani liberati da Hamas hanno riguadagnato la libertà, moltissimi hanno celebrato il ritorno a casa. Ma per molti di loro anche se non ci sono più catene, ci sono memorie, paure e ferite invisibili che continuano a segnare la mente e il corpo. Molti raccontano che il mondo esterno sembra estraneo, che il tempo si deforma, che certe notti sono attraversate da incubi o flashback.
Dopo una prigionia prolungata come quella vissuta dagli ostaggi israeliani, quali sono le prime manifestazioni psicologiche che emergono più spesso? “C’è quasi sempre una latenza tra l’esposizione al trauma e la comparsa dei sintomi. Può durare dai tre ai sei mesi, ma in alcuni casi si prolunga anche oltre”, risponde Liliana Dell’Osso, presidente della Società Italiana di Psichiatra (Sip) e docente all’Università di Pisa.
La flashbulb memory
Nella fase iniziale si parla di disturbo acuto da stress: “La persona può vivere uno stato di confusione, avere sintomi dissociativi, una sensazione di estraneità rispetto al proprio corpo. Per avere un quadro chiaro del trauma servono settimane o mesi, perché conta non solo la gravità dell’evento vissuto, ma anche la vulnerabilità individuale”, spiega Dell’Osso che aggiunge: “Alcuni soggetti sviluppano quella che chiamiamo ruminazione mentale: non si limitano a ricordare l’evento, ma lo rivivono emotivamente, come se stesse accadendo ancora”. È quello che in psicologia viene de nito flashbulb memory: ricordi ad alta intensità emozionale, vividi, ripetitivi. Ogni dettaglio luce, suono, odore – resta impresso. “Questo tipo di riattivazione può mantenere lo stress elevato nel tempo e contribuire al danno neurologico, se non trattata. È una fase che, nella maggior parte dei casi, si risolve in un mese. Ma in alcuni soggetti il disturbo persiste ed evolve”.
Cosa succede “dentro” dopo la prigionia estrema
Il trauma di un lungo periodo di cattività, con isolamento, abuso, mancanza di cibo e condizioni igieniche precarie, non è paragonabile a un singolo evento traumatico. Nel corso degli anni la letteratura su prigionieri di guerra e ostaggi ha mostrato che gli effetti possono essere profondi e duraturi. “Studi approfonditi sul Disturbo da Stress Post-Traumatico – prosegue la psichiatra – sono stati condotti, per esempio, dopo l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre: lì abbiamo osservato sintomi come incubi ricorrenti, reazioni siche acute (sudorazione, tachicardia, tremori), vissuti di colpa, amnesia, rabbia, terrore, no a una percezione distorta della realtà. Nei traumi più gravi – come lo stupro o la tortura – il rischio di sviluppare un disturbo post-traumatico vero e proprio è molto più alto”.
Il disturbo traumatico complesso
Uno studio condotto su 26 ex ostaggi israeliani liberati da Hamas ha evidenziato le gravissime condizioni siche e psicologiche: perdita di peso, danni dovuti alla scarsa igiene, ma anche segnali chiari di traumi emotivi, come la paura, l’ansia e il disturbo post-traumatico. In un’indagine più ampia sulla popolazione traumatizzata dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, uno studio pubblicato su eClinicalMedicine / The Lancet ha stimato un’alta prevalenza probabile di Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD), depressione e disturbi d’ansia nella popolazione colpita. In ne, studi longitudinali condotti sui prigionieri israeliani della guerra del Kippur hanno introdotto il concetto di trauma complesso, cioè una forma più articolata rispetto al Ptsd tradizionale, con sintomi persistenti anche decenni dopo la prigionia. In un campione seguito per 24 anni, emerge che chi aveva subito maggiore sofferenza psicologica in cattività tendeva a mostrare un quadro da trauma complesso, con maggiori difficoltà funzionali e cognitive nel tempo. “È un concetto relativamente recente, riconosciuto ufficialmente solo nel DSM-5 del 2022. Si riferisce a traumi prolungati e ripetitivi, spesso subiti in contesti da cui non si può fuggire, come la violenza domestica, la schiavitù, la tortura o la prigionia. Questi traumi continuativi alterano la struttura profonda della personalità, soprattutto se vissuti durante l’infanzia”, spiega Dell’Osso.
Popolazione di Gaza, volontari e giornalisti
Anche a Gaza, tra la popolazione civile, ci sono migliaia di persone – compresi moltissimi bambini – esposti a traumi profondi e continuativi. Cosa accomuna e cosa distingue queste esperienze? “Il trauma non colpisce solo chi è stato in prigionia. Colpisce anche chi vive ogni giorno sotto assedio, chi ha perso la casa, la famiglia, l’accesso al cibo o alle cure. A Gaza, come in altri contesti di guerra prolungata, i traumi sono diffusi, cronici e collettivi”, spiega dell’Osso che aggiunge: “Uno degli aspetti più sottovalutati è l’impatto sui testimoni indiretti, come giornalisti, volontari, medici, spesso esposti a immagini e situazioni traumatiche senza un’adeguata preparazione psicologica. A differenza del personale militare, che viene addestrato per affrontare eventi estremi, molti operatori umanitari non sono pronti. Uno studio ha stimato che circa il 30% dei giornalisti di guerra sviluppa un disturbo post traumatico da stress”
Le ombre che restano: ipervigilanza, colpa, disorientamento
Chi ha subito un trauma da stress sopravvive portandosi dietro un fardello pesante con differenze anche in base all’età: “Nel caso dei bambini, il rischio è che la personalità non si sviluppi in modo armonico. In età adulta si possono osservare gravi problemi relazionali, difficoltà a regolare le emozioni, oscillazioni dell’umore, e un’incapacità a sostenere relazioni stabili”, spiega la psichiatra. Questo tipo di trauma è stato descritto in molti reduci della guerra del Vietnam, che avevano grandi difficoltà a reintegrarsi nella vita civile. È una condizione ad alto rischio di suicidio, proprio per la difficoltà a riadattarsi alla realtà. “Inoltre, il trauma può associarsi ad altri disturbi: abuso di sostanze, disturbi bipolari, depressione maggiore. Non solo: oggi sappiamo che può modi care stabilmente l’espressione del DNA, con effetti epigenetici trasmissibili alle generazioni successive. È ciò che chiamiamo trauma storico”.
Si può guarire? Il difficile cammino verso la ricostruzione
Si può lavorare per ritrovare equilibrio, ma con la consapevolezza delle s de e delle fasi che questo percorso comporta. “Il trauma complesso – spiega la presidente della Sip richiede più degli interventi standard: non basta affrontare i ricordi traumatici (sebbene lo si debba fare), ma bisogna ricostruire senso, identità, relazioni e fiducia nel mondo”. Ogni ex ostaggio dovrà essere trattato come un caso unico, con un percorso su misura anche perché spesso la persona liberata appare ‘un’altra’ rispetto a prima della cattività.
La tecnica dell’Emdr
I protocolli terapeutici tipici che possono essere utili includono l’EMDR, ossia desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari, che l’Oms indica come il migliore trattamento dal punto di vista dell’efficacia per casi come quelli di ex ostaggi detenuti dopo lunghe prigionie. Durante una seduta EMDR, il terapeuta guida la persona a rivivere mentalmente il ricordo traumatico mentre esegue movimenti oculari bilaterali (cioè seguendo le dita del terapeuta da destra a sinistra), oppure usando stimoli tattili o sonori alternati. Questo processo stimola meccanismi neurobiologici di elaborazione simili a quelli che avvengono naturalmente durante la fase REM del sonno, quando il cervello rielabora esperienze e ricordi. Tra gli interventi, anche le terapie cognitivo-comportamentali orientate al trauma (TF?CBT) per gestire pensieri intrusivi, emozioni difficili, sintomi ansiosi o depressivi. La durata del percorso varia molto: alcune persone rispondono bene in pochi mesi, altre convivono con il trauma per tutta la vita.
Le terapie farmacologiche
La terapia psicologica da sola spesso non basta. In molti casi serve affiancare un trattamento farmacologico, soprattutto all’inizio. “Si comincia con antidepressivi serotoninergici, e nei casi di ruminazione grave si usano anche antipsicotici a basse dosi, che aiutano a spezzare il ciclo del pensiero ripetitivo”, spiega la psichiatra che aggiunge: “Un elemento importante è l’età: i bambini sono più fragili all’inizio, ma possono anche avere maggiori capacità di recupero, soprattutto nell’adolescenza, quando il cervello è più plastico e reattivo ai cambiamenti”. Anche con terapia, molti ex ostaggi convivono con resti del trauma: ipervigilanza (attenzione costante al pericolo), difficoltà a darsi degli altri, nostalgia di un ‘prima’ che non torna, senso di colpa per essere sopravvissuti quando altri no. Nei report israeliani più recenti, rilasciati dalle organizzazioni sanitarie interne, si racconta che molti liberati hanno incubi ricorrenti, problemi di sonno, desiderio di isolamento, difficoltà a riconnettersi con amici o comunità ‘non toccate’ dall’evento.

