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Articolo uscito su “Il Giornale”. Un disturbo mentale (lieve) aiuta a diventare leader politico? Churchill e Lincoln depressi cronici, Gandhi e Martin Luther King empatici per disperazione.
Cosa accomuna Abramo Lincoln, Adolf Hitler, Winston Churchill, Martin Luther King, John Fitzgerald Kennedy e Ghandi? Una salute mentale a tratti instabile che si rive la a sorpresa un’arma a favore. Una depressione sotto controllo, un leggero disturbo bipolare, uno spettro autistico sottosoglia o ad alto funzionamento, perfino un velo di psicosi si rivelano un aiuto alla creatività e alla capacità di reazione dei grandi personaggi. La parola chiave è «neuroatipia», una forma di anticonformismo radicale che nasce dalla diversità qualitativa nel ripensare i concetti ordinari. Questa almeno è la convinzione anche contestata, in tutto o in parte, di Nassir Ghaemi, professore di Psichiatria alla Tufts University School of Medicine e alla Harvard Medical School di Boston. Ghaemi pubblica ora “Una straordinaria follia. Storie di disturbi mentale dietro a grandi leader” (prefazione di Liliana Dell’Osso, presidente della società italiana di psichiatria, Apogeo). Ghaemi si basa su testimonianze storiche ma anche su prescrizioni farmacologiche e cartelle cliniche, soprattutto in uno dei casi clinici più interessanti, cioè John Fitzgerald Kennedy, 35° presidente degli Stati Uniti. Fu Aristotele il primo a osservare una correlazione tra un certo umore e capacità fuori dal comune: «Per quale ragione gli uomini eccezionali, in filosofia, politica, poesia o arte, sono manifesta mente malinconici e alcuni al pun to da essere considerati matti a causa degli umori biliari?»
Articolo intero a cura Alessandro Gnocci su “Il Giornale”.

