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27/06/2025Filippo e la madre uccisa con l’accetta, la psichiatra: «Era in difficoltà nelle relazioni, così camuffava il disagio psichico»
Articolo di Antonio Della Rocca per il Corriere del Mezzogiorno. La psichiatra Liliana Dell’Osso analizza il matricidio avvenuto a Racale. Il 21enne Filippo Manni è in carcere dopo aver confessato l’omicidio
Il 21enne Filippo Manni è in carcere dopo avere confessato l’omicidio di sua madre, Teresa Sommario, avvenuto martedì scorso nella casa di famiglia, a Racale.
Una vicenda che ha lasciato increduli tutti coloro i quali lo conoscevano e che ora s’interrogano sul perché il giovane si sia macchiato di un gesto cruento, messo in atto a colpi d’accetta.
La professoressa Liliana Dell’Osso, presidente della Società italiana di Psichiatria e docente di Psichiatria all’Università di Pisa, ipotizza una spiegazione.
«Il fatto che il ragazzo abbia confessato di avere pensato in passato di usare l’accetta contro la madre può essere la spia di un malessere. Sicuramente aveva una situazione di difficoltà in ambito famigliare, forse legata al fatto che sembra volesse abbandonare gli studi universitari».
Com’è possibile che un ragazzo, descritto come tranquillo e ben educato, abbia potuto compiere un delitto così efferato?
«Il sentimento più comune è quello dell’incredulità, soprattutto dove non si riscontra nell’ambiente una apparente causa scatenante. Un altro degli aspetti che generano inquietudine, in casi come questo è, come si diceva, l’apparente assenza di campanelli d’allarme nella storia del ragazzo che viene descritto da chi lo conosce come tranquillo, senza particolari aspetti di criticità, anche se, naturalmente, si tratta di elementi che dovranno essere rivalutati dopo aver raccolto informazioni più approfondite».
Il giovane afferma di avere vissuto una situazione particolare, come se davanti ai suoi occhi si fosse spenta la luce.
«Anche lui non si dà una spiegazione. Si riferisce che ha risposto alle domande del magistrato senza far trapelare emotività e ravvedimento di essere stato preda in passato di un pensiero matricida. Poi afferma che altre volte, ha pensato, per scherzo, al gesto che in seguito ha veramente compiuto. Lo aveva pensato e lo aveva anche detto alla madre».
Si può parlare di difficoltà a relazionarsi con gli in maniera completa e senza ritrosie particolari?
«Viene riferito che, a dispetto della sua immagine, c’era una difficoltà a integrarsi. Questo potrebbe avere condotto alla costruzione di una maschera sociale per interagire con gli altri, che nascondesse le proprie difficoltà di relazione e il proprio disagio nel timore di non riuscire a soddisfare le aspettative altrui. Si tratta di una situazione nota come social camouflaging».
Cosa accade in questi casi?
«Accorgendosi di non essere socialmente efficace, o integrato, come vorrebbe, l’individuo può iniziare a compiere sforzi per camuffare la propria personalità, incluse le difficoltà di interazione o i tratti che potrebbero risultare sgraditi agli altri in diversi modi».
Quali atteggiamenti si assumono in questi casi?
«Si osservano e si apprendono modalità di interazione sociale mostrate nei social media, si imparano copioni, argomenti di conversazione, si adattano gesti e mimica a quella dell’interlocutore».
La maschera sociale come strumento di autoprotezione?
«Sono molte le forme di disagio psichico che possono trovarsi alla base delle strategie di camouflaging, a partire dall’ansia sociale, in cui prevale l’insicurezza e l’autosvalutazione, alle difficoltà empatiche fino ai tratti narcisistici di personalità, che fanno sì che il soggetto cerchi l’apprezzamento altrui per non vedere disconfermata l’idea grandiosa che ha di sé stesso, spesso mettendo in atto atteggiamenti manipolativi».

